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22 dicembre 2013 – 10 gennaio 2014 Scuderie di Palazzo Bicocchi via Giuseppe Garibaldi, 61 Pomarance (Pisa)

Chi gioca sa mettersi in gioco di Nicola Dal Falco

Questa è una mostra di giochi e di giocattoli.

La parola gioco pare discendere dal latino jaculum = scagliato e scagliare, gettare è un’azione prossima alla beffa, allo scherzo. Il lato imprevedibile del gioco è, infatti, ben riassunto dall’espressione “mettersi in gioco” che, rivolta a noi stessi o agli altri, implica una dose di coraggio e di calcolo dei possibili rischi.

I giocattoli in quanto oggetti contengono il gioco, lo custodiscono intatto fino a quando ce ne ricordiamo e iniziamo ad usarli.

A volte, celano azioni complesse e, a volte, sono rassicuranti e amati proprio perché a portata di mano e di sguardo, capaci per la loro stessa presenza, di mutare direzione ai pensieri, di riproporre l’innocenza perduta.

Uno stato d’animo che, al di là di ogni retorica, individua quella prima, assoluta, incantata, attenzione che, venendo al mondo, proviamo per tutto quanto ci circonda.

Ciononostante, secondo il modo di pensare comune, se un bambino gioca è normale, se invece lo fa un adulto, la cosa può essere pericolosa e comunque risulta sospetta.

I guardiani dell’età sono sempre in agguato.

Pur provando una certa nostalgia per le scatole di bottoni – intorno a cui si racconta che, in un evo precedente, i bimbi riuscissero a trastullarsi con profitto – contemplando i giochi e i giocattoli di questa mostra viene spontaneo lodare l’abilità manuale dei loro progettisti, la cura che vi hanno messo pari soltanto alla cura dell’orto e dell’anima.

C’è, poi, un dettaglio interessante: chi fa giochi sembra che lo faccia quasi rispondendo ad una chiamata. Non è mai il primo lavoro, ed in un certo senso viene vissuto come l’ultimo, quello della piena realizzazione.

Forse, per la vertigine di chiudere il cerchio con la propria infanzia.

Giancarlo Cantini giocattoli di una volta

L’autore di questi giocattoli, realizzati con qualsiasi tipo di legno, a seconda dell’estro e del caso, si è già cimentato con la scultura in pietra e in ferro. Oggi, il passatempo coinvolge soprattutto i ricordi personali e altrui.

«Molti spunti – dice Giancarlo – nascano dall’incontro con i più vecchi. C’è chi dice di averne costruiti di identici e chi, invece, racconta di giochi dimenticati».

In questa personale lotta contro il tempo che dimentica, si può anche decidere di farsi le vecchie biglie di terracotta, che precedono quelle di vetro, ma buone ugualmente per giocare a palline.

Di fronte alla catapulta, al fucile o alla macchina da cucire, c’è e affiora la tenerezza di documentare quale valore avessero i doni di una volta e come le forme, nate dalle mani, conservino e comunichino un po’ di quel tocco.
Chissà, forse il loro destino è di diventare, piano piano, degli oggetti da collezione a meno di non incrociare sulla propria strada un vecchio ragazzo o un bambino.

Romano Cheli – il gioco delle trottole

Fare trottole è un po’ come fare mondi, lanciare un pianeta in orbita, confidando nella forza di gravità, e, quindi, tutto sommato, fare dio.

Fare o comprare trottole rimescola il presente al big bang, non solo per un senso di onnipotenza, ma sapendo che la spinta iniziale è destinata ad esaurirsi e il mondo come lo conosciamo a rientrare in se stesso, a fermarsi in attesa di un nuovo colpo di trottola.

Onore, quindi, al trottolaio, a Romano che da una parte sollecita il nostro orgoglio di figli delle stelle e dall’altro ci ricorda che siamo figli e basta creature.

Da sottolineare, infine, che le trottole di Romano possono essere, in base alle loro differenti virtù: tradizionali, ballerine, da viaggio e varie.

Marcello De Lellisil gioco ad incastro

I giochi di Marcello assomigliano alle serrature dei cassetti segreti. Occorre trovare la via e l’appoggio per smascherare il trucco ed entrare.

Il problema supplementare che pongono sta, però, nella ricostruzione. Puzzle, si, ma tridimensionali. Per realizzare questi marchingegni, totalmente in legno, è necessaria una precisione assoluta, un minimo scarto di tolleranza.

I legni usati hanno una gradazione più chiara e più scura, un abbellimento certo, ma anche una velata allusione alla parte ying e a quella yang d’ogni ragionevole o folle incastro.

Alla domanda come nascano i suoi giocattoli ad incastro, l’autore risponde così: «La soluzione affiora quando meno te l’aspetti e magari mentre stai facendo altro. A volte, poi, partendo da un dettaglio completi il resto. È stato il caso dell’automobile, che ho iniziato solo dopo aver risolto il bloccaggio delle ruote».

Parrebbe facile, ma in realtà Marcello ha iniziato a maneggiare il legno fin da piccolo, guardando e seguendo il lavoro del padre falegname. Un lungo tirocinio a cui si è aggiunto il suo personale piacere per i rompicapo.

Giancarlo Gasperini giochi e basta

Un Pinocchio che non corre, ma che scatta in alto come un ginnasta, restando in equilibrio sulle braccia, e soprattutto, la giostra che, arrotolando e srotolando dei nastri incrociati, gira in avanti e indietro come un pendolo. Sono due giocattoli semplici e perfetti, a cui non chiedi altro se non di ripetere all’infinito lo stesso movimento.

Tutto l’incanto sta nell’attimo in cui Pinocchio resta sollevato con i piedi per aria e la giostra si arresta prima di ripartire ancora una volta.

Proprio la giostra è stato il primo dei giocattoli, costruito, circa dodici anni fa, da Giancarlo.

Una giostra, rifatta esattamente come quella con cui giocava da piccolo.

Allora, lo stesso meccanismo, veniva anche usato per il trapano con cui si riparavano le conche di terracotta, forandole e poi legando insieme i bordi rotti. Gesti comuni d’altri tempi.

Roberto Maierotti giochi d’osservazione

Non c’è scampo di fronte ai giochi, pensati da Roberto, bisogna solo osservarli a lungo. Nessun trucco, ma un piccolo, addirittura soave, indizio che ha il vezzo di non farsi notare pur rimanendo ben in vista. Sono il frutto di due interessi, che si sono presto trasformati in studio: le meccaniche di movimento e i processi logici.

Due passioni che oltre a costruire il gioco ne hanno generata una terza.

«Guardo con la massima curiosità – spiega Roberto – le reazioni che questo tipo di gioco suscita nelle persone. Chi si avvicina e tenta, mostra l’audacia che altri non hanno. In una sfida si può anche fallire.

«Lavoro per l’emozione che riempie, che travolge quando si trova la soluzione. Quell’attimo è indescrivibile e perfetto. Pura gioia di esistere. Mentre vita è sinonimo di gioco, per il fatto che l’una e l’altro ci permettono di mettere a fuoco le nostre capacità, il contrario di gioco è la fatica, l’obbligo, la coazione».

Tiene anche a sottolineare che il piacere di provare non implica mai che il rammarico di non riuscirci si trasformi in nevrosi. Quando vende un gioco, aggiunge il suo biglietto da visita con il numero di telefono e la mail. Così, chi lo desidera, può ricevere a casa tutte le spiegazioni del caso.

Oggi, Roberto, dopo aver fatto l’attore pubblicitario, l’idraulico, il saldatore, il verniciatore, l’elettricista, il cameriere, l’imbianchino, il decoratore, il commerciante di birra, riesce a vivere grazie ai suoi giochi.

Luigi Prina giochi in volo

Navivolanti è la parola magica che socchiude il sipario sull’attività affabulatoria e ingegneristica di Luigi Prina. Postatela nell’etere e vi solleverà per aria, a bordo di una delle duecento navi che s’innalzano silenziose, progettate per scommessa da un architetto milanese.

La storia racconta che dall’amicizia con il pittore Eugenio Tomiolo, nacque la sfida di costruire modellini di nave che potessero volare. Uno le faceva per quel tanto di salino che scorre nelle vene dei veneziani, l’altro per il piacere di rovesciare il concetto di terraferma, proiettando in alto l’avventura in mare aperto.

Il risultato è rigorosamente fiabesco nel senso che i piccoli capolavori di aerodinamica sono sottomessi al gioco dell’immaginazione. Per questo, troviamo sempre l’eco di sogni e letture: Ulisse, Enea, gli Argonauti, Tristano, L’Olandese volante, Leonardo, il Trecento inglese, i Templari, i pirati e l’omaggio ai «lidi eoi», al Sol Levante che fa della soavità la propria regola ferrea.

Un ultimo appunto, quasi sottovoce: le navi ad elica, alate e leggerissime, combinano arte e fisica, le uniche vie che percorse con coerenza potrebbero contribuire a salvare il mondo.

Alan e Jane Stewart giochi da muovere

Quella di Alan e Jane è una storia esemplare, dove i giocattoli sono un affare di famiglia. Dalla Scozia alla maremma, per cambiare vita e una volta arrivati, cambiare ancora.

«I nostri tre figli sono nati qui – racconta Alan – ho lasciato il mestiere di notaio nel 1980, ho comprato un podere, ma non ero granché come contadino.

Allora, costruendo giocattoli per i miei figli, ho continuato e continuo a farne, lavorando dodici ore al giorno in un laboratorio molto spartano.

«In un anno, tra giocattoli piccoli, che stanno nel palmo di una mano, e grandi ne produciamo moltissimi».

Forme per lo più di animali (pesci, cinghiali, foche, aquile…)   snodate, bilanciate, che vanno con il vento, a cui aggiungere l’incipit vitale, il guizzo, in modo che l’oggetto accenni un movimento fluido, naturale.

Per farli usano l’ulivo, il bambù, l’abete, il cipresso senza disdegnare il legno di scarto, recuperato e per così dire riconsacrato ad un uso più nobile.

Una parte importante del risultato sta nel piacere stesso di toccarli, accarezzarli.

Un buon giocattolo, un giocattolo riuscito, ci ricorda Alan, fa più di una cosa.

Ce n’è uno, in particolare, che concilia movimento e immagine, carico di mistero, addirittura arcano. E non a caso si chiama scala di Giacobbe o più comunemente cascata e gioco d’estate.

Sembra che abbia almeno duemila anni e sia originario della Cina.

Le tavolette che lo compongono si srotolano, mostrando le due facce, salendo e scendendo esattamente come gli angeli della visione del Vecchio Testamento.

Va, infine, ricordato che Le ballerine, due figure volanti, opera di Alan e Jane, fanno parte della collezione permanente del Centro per l’Arte contemporanea Luigi Pecci di Prato.

orari: da mercoledì a domenica dalle 16 alle 20 informazioni: 335.7870549

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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