mar 292014
 

Infatata, la Malvasia si fa secca

di Nicola Dal Falco

Tricoli, isola di Salina – In faccia al Tirreno, senza terre in vista se non il profilo di Panarea e Stomboli che spuntano ad oriente, c’è un fondo che risale lungo il pendio, formando dal basso verso l’alto un triangolo, delimitato da due forre.

Le terrazze si vanno restringendo a mano a mano che i vigneti si allontanano dal mare.

Il fondo, proprio per la sua forma, si chiama Tricoli e lì, Antonino Caravaglio, riconosciuto tra i migliori produttori di Malvasia, ha pensato un vino nuovo. Un vino che non nasconde la sua origine, ma la interpreta in modo inedito.

È nata Infatata, Malvasia secca di Tricoli, che come avviene per certe imprese, vissute intensamente, mescola una dose grande di sapienza e una non meno inferiore di magia, di fatagione o incantesimo che dir si voglia.

L’intuizione è quella di considerare la Malvasia un vino che non ha un solo destino, quello della tipologia passita, ma che grazie alla sua struttura si imponga anche come vino bianco di forte personalità, legato alla terra da cui nasce.

A Tricoli, Caravaglio dispone di due ettari di monovitigno, coltivati a spalliera e potati a guyot. Le viti sono state piantate una parte vent’anni fa e una parte dieci anni fa con una densità e una produttività ad ettaro pari rispettivamente a 6.500 piante e a circa sessanta quintali di uva.

«Per Infatata, l’uva viene raccolta quando raggiunge la piena maturazione, intorno al 20 settembre – spiega Caravaglio – diraspata e posta a maturare sulle bucce per quattro-cinque giorni senza alcuna aggiunta di lieviti. Dopo questa breve macerazione viene pressata e il mosto continua la fermentazione per una ventina di giorni.

«Quindi, si travasa il prodotto nei tini d’acciaio, lasciandolo decantare e affinare sei mesi. Ad aprile, infine, si imbottiglia, facendo riposare il vino altri due mesi».

Un’azienda, certificata bio

Non è solo il desiderio di tracciare altre vie ciò che caratterizza la storia di questa azienda (come tra l’altro è avvenuto per il Nero du Munti, Corinto nero in purezza, coltivato a Lipari all’interno di un cratere dove per le condizioni del terreno non si è manifestato l’attacco della filossera) ma la maniera di produrre vino.

Nino Caravaglio fu tra i primissimi in Sicilia ad adottare i protocolli per una coltivazione biologica al punto che dovette rivolgersi ad un ente di certificazione bio francese.

«La mia intenzione, da sempre – sottolinea Caravaglio – è quella di fare vini isolani, che è come dire due volte territoriali. Riconoscibili perché autentici. Questo è uno dei motivi che mi spinge a non utilizzare lieviti selezionati e a limitare al massimo la dose di anidride solforosa».

Un vino da collezione

Infatata è un bianco di tredici gradi, una malvasia secca, color giallo oro, ben strutturata, di piacevole persistenza, sapida e minerale al gusto, con note salmastre, delicati sentori di macchia mediterranea e frutta.

Di questo vino sono state prodotte 2.490 bottiglie, tutte numerate, riservandone cento ai collezionisti.

L’etichetta su campo bianco punta all’essenziale, aggiungendo, grazie al tratto acquerellato di Loredana Salzano, un tocco in più all’incanto del nome. Il triangolo, che sfuma nel verde e nel giallo, ricorda la forma del vigneto di Tricoli, a tu per tu con il mare di Salina.

Infatata di Nino Caravaglio sarà presentata al Vinitaly, Padiglione 2, Sicilia, stand F/88.

 

 

 

Azienda agricola Antonino Caravaglio

via Nazionale, 33 – Malfa (Messina) 339. 8115953 caravagliovini@virgilio.it

 Posted by at 10:14 am
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