Mar 292014
 

Elogio della barba

di Nicola Dal Falco

In un mondo permaloso, irritabile, che ostenta la propria immoralità, forse non basta più metterci la faccia per mostrarsi sinceri. È arrivato il momento di metterci anche la barba.

Le facce lisce non incantano più, anzi si accresce, di giorno in giorno, l’impressione che splendano come specchietti per le allodole: belle, rosee e ingannevoli.
Senza scomodare i pii che giurano sulla barba del Profeta, basterebbe ricordare che, anticamente, la barba era un segno di libertà e di dignità, dal momento che le facce rasate appartenevano solo agli schiavi e ai vinti.
Facile anche sottolineare che dei, filosofi e re la portavano a garanzia della propria divinità, sapienza e giustizia.
Alla barba, al suo naturale disporsi e fluire dall’alto in basso, paragonabile al dardeggiare del sole e allo scrosciare delle piogge, era associata l’idea stessa del coraggio e del comando al punto che agli eroi adolescenti o alle donne che si distinguevano per grandi imprese venivano imposte delle barbe posticce.
La barba, insomma, dava il verso al mondo, un senso alla fatica e alla gloria di viverci.

Tutto questo fa misteriosamente parte anche della storia personale di Jean Paul Mifsud, maltese, giornalista televisivo, inviato speciale e ora, olivicoltore in Sicilia, emigrato nella contea di Modica.
Manco a dirlo, l’azienda, Barbuto Natural Products, a San Giacomo di Ragusa, ha una faccia per emblema, la sua, con tanto di barba e cappello.

La barba di Arafat

«La barba mi cominciò a crescere girando in posti difficili – dice Mifsud – senza alberghi. Fu del tutto naturale così come coprirsi la testa con un cappello. Da allora, ho la barba e porto il cappello. Quando, le prime volte, rientravo a casa, a La Valletta, la gente mi prendeva in giro, fischiettandomi dietro il motivetto di Giù la testa, il film di Sergio Leone.

«E senza trucco, con la stessa faccia, coordinavo in tv i servizi esterni al programma del venerdì, tutti i venerdì. Il primo che feci si chiamava Xarabank: autobus, un programma dove il pubblico interveniva per dire la sua opinione; il secondo era Wara l-kaz ovvero, dopo il fatto accaduto

«Un giorno, dodici anni fa, terminata l’intervista con Arafat, qualche mese prima che morisse, ci siamo baciati come si usa da quelle parti, intrecciando le nostre barbe. La sua era morbidissima, la mia meno e ci abbiamo scherzato su per un po’».

Forse la barba ha qualcosa a che fare con il pudore. Non la lavi via con acqua e sapone. Jean Paul ha visto cose terribili, seguendo le vicende internazionali, come quando è entrato nella scuola di Beslan, in Cecenia, dopo che le vedove nere si erano fatte esplodere in mezzo ai bambini.

L’odore di quel luogo gli è rimasto nel naso. La barba come la memoria non si cancella, te la tieni, fa da bastone, ti aiuta a camminare dritto.

La Valletta, città per gentiluomini

«Lord Byron – sottolinea Jean Paul – venne a Malta e disse che La Valletta era una città per gentiluomini. Una città di cavalieri e, quindi, di dame. Vivere da gentiluomini, con stile, con onore, insegnando ai propri figli il valore delle regole, la responsabilità, la differenza sottile, ma chiara tra ciò che è bene e ciò che è male, mi pare sia l’unica cosa importante.

«La tua può essere la causa più giusta, ma se scavalchi l’ultimo confine, facendoti scudo con dei bambini, rinunci alla tua stessa umanità.

«Ho preso una laurea in relazioni internazionali – continua Mifsud – in diplomazia e studiando la storia mi sono reso conto di come fossero diverse le cose un tempo. Prendi le guerre: si guerreggiava dal mattino all’ora di pranzo, poi, dopo aver ripulito il campo di battaglia si riprendeva fino a sera, al momento di andare a cena. Era un lavoro, non più sporco di altri, ma un lavoro, il contrario del sadismo indiscriminato, della pura e semplice macelleria etnica, politica o economica.

«In Medio oriente ho conosciuto una madre palestinese e una famiglia israeliana, la prima avevano perso un figlio e la seconda era stata quasi cancellata da una bomba sull’autobus eppure erano disposti a perdonare, a fissare un limite, perché le cose cambino, perché si interrompa il filo delle vendette.
«Io faccio molto volontariato, basta una buona azione al giorno, ogni giorno, per arrivare a trecentosessantacinque buone azioni in un anno. Se tutti si impegnassero, vedremo presto dei risultati, molto più efficaci e duraturi di quanto possano e vogliano fare i governi».

La Sicilia promessa

L’onore di Malta, baluardo dei cavalieri, sta anche nella sue dimensioni: un piccola scena in cui ognuno deve trovare il suo posto, il suo destino. Quando Jean Paul Mifsud si è domandato quanti giorni riuscisse a vedere la sua famiglia, la sua donna e i suoi due figli, è scattata l’idea dell’uliveto. Prima l’ha cercato a Malta, poi a Gozo, ma la terra, che è poca, aveva dei prezzi esagerati.

Solo allora ha cominciato a prendere in considerazione la Sicilia, sorella maggiore, dal punto di vista geologico e antropologico, di Malta.

«Fino al 2007 – spiega Mifsud – avevo sempre saltato la Sicilia

nei mie viaggi, come se fosse sparita dall’orizzonte. Nei ricordi d’infanzia, era l’isola del cioccolato, perché da lì, a causa di una legge restrittiva maltese, arrivavano, nascosti nelle tasche dei viaggiatori, rifornimenti clandestini di mars e bounty. Per noi ragazzi era una vera manna.

«Spinto da Cynthia, la madre dei miei due figli, che la conosceva bene, siamo partiti per l’isola del cioccolato in cerca di un uliveto. Era Pasqua e in due giorni è stato lui ha trovarci.

Un posto bellissimo di mille piante tra i monti Iblei, a San Giacomo di Ragusa, di cui mi sono innamorato.

«La nostra vita è cambiata – aggiunge Mifsud – già per il fatto che i ragazzi ebbero immediatamente più spazio per giocare, per andare in bici, cosa che a la Valletta non è facile.

«È un posto in cui star bene, circondato da gente affabile, intelligente che, tuttavia, nonostante stia seduta sull’oro, sopporta uno stato cronico di disorganizzazione. Forse ci vorrebbe un po’ di educazione all’inglese.

«Ma è un’altra immagine che voglio rievocare per chiudere queste note ed è quella di due cicloni che, nel 2012 e nel 2013, si sono abbattuti sull’uliveto.

La prima volta, ho perso molti alberi, strappati dal vento; quando è successo la seconda volta, ho passato tutta la notte alla finestra, seduto in poltrona, con un bicchiere di whiskey.

Guardavo la natura fare il suo corso. Io in casa, col fuoco acceso e lei fuori che sfogava la sua rabbia.

«Morale: bisogna avere un posto per stare, rispettando chi e cosa ci circonda. Un posto da guadagnarsi e conservare con onore».

Mentre l’olio e i prodotti della terra sono commercializzati con l’etichetta Barbuto Natural, i prodotti cosmetici sono stati battezzati con il nome della figlia di Jean Paul: Maya.

Jacques Paul, l’altro figlio, lavora già nell’uliveto, e quando il padre è in viaggio ha la delega completa al controllo di qualità.

Fare bene sempre e comunque è un punto d’orgoglio per i gentiluomini.

Ad Olio Officina Food Festival 2014, Barbuto Natural ha vinto il primo premio nel concorso di packaging Le Forme dell’olio.

 

 

 Posted by at 7:56 am
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