Ago 102015
 

di Nicola Dal Falco.
Lucca – Ci stacchiamo dalle mura di Lucca come dalle banchine di un porto fuori scala, in una giornata di fine luglio, per seguire la Sarzanese fino a Nave.
Poi, passato il Serchio, proprio all’altro capo del ponte, giriamo a sinistra.
L’argine copre un lato della vista che rimbalza sulla piana verso le colline e il castello di Nozzano.
È uno di quegli scorci che sembrano dipinti sopra un fondale di teatro con il pubblico che attende l’inizio del primo atto di una tragedia romantica in panni medievali.
Noi voltiamo a destra, in direzione di Santa Maria a Colle, tra campi e case di campagna, alcune garbatamente liberty.
L’Osteria dei Falaschi, che si passano la mano da centocinquanta anni, sta lì, incastonata in un muro di case che curva con la strada, protetta da un dehors, sospeso tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

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Tre scalini ci levano dall’asfalto per entrare nell’ombra di un caco e di un glicine di dimensioni ciclopiche. Rispetto al resto del mondo, la terrazza ti accoglie come un’ansa dove chi sosta è immediatamente protetto, affratellato tra i bisognosi e i perdigiorno, già scusato dei suoi deboli peccati e sfamato per una cifra ragionevole che, al confronto di altre insegne falso popolari, diventa molto ragionevole.
Attenzione, qui, non si tratta della promiscua tolleranza di una sala d’attesa, piuttosto di uno scalo in cui attendere, tendere a, inclinare, mirare, volgere l’animo a qualsiasi cosa passi per la testa o sotto gli occhi in modo che il quarto d’ora si dilegui senza sofferenze.

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Una ricamata fatiscenza

Per scovare il genio protettore di questo luogo bisogna assorbire la ricamata fatiscenza del locale, così distratta, leggiadra, da sembrare cosa costruita, intrattenuta, curata nei suoi casuali dettagli.
In questo caso, il sogno di durare si imparenta con quello di lasciarsi un poco andare, allentando la presa sui fatti più o meno imprevedibili dell’esistenza.
Intanto, l’osteria è anche bottega di ortaggi e frutta, aggiungendo alla quotidianità degli avventori la quotidianità dei residenti. L’ultima rinfrescata risale appunto agli anni del boom che erano anche gli ultimi anni contadini dell’Italia, di gente non ancora violentemente inurbata.
I due fratelli Falaschi e la figlia del più giovane nutrono gli avventori senza altro cliché che la loro solida, lenta, maestria di osti.
Osti da canonica, però, pievani, il contrario dell’oste bilioso, dell’oste pettegolo o dell’oste politico che narra il narrabile, appunto per mestiere.
Un contado quello lucchese zeppo di magnifiche pievi, una campagna ordinata che vive senza rivolte, in una mezzadria ormai scomparsa, ma per qualche verso risorta in un modo di fare sottotraccia, gli uni accanto agli altri senza vero servaggio alcuno.

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 Il desco di Tobino

Non mi dilungherò sulla carta da merende che propone la celebre zuppa, qualche primo, gli insaccati artigianali, i formaggi e delle sovrane alici condite con dimolto olio e prezzemolo, segnalerò, invece, la via che conduce al bagno, passando davanti al bancone, sostando sotto una foto colma della faccia di Mario Tobino, lo scrittore psichiatra che aveva casa all’ Ospedale psichiatrico di Maggiano e il desco dai Falaschi.
Faccia liscia, piena, saputa nel senso di prudente e civile, pievana anch’essa come i Falaschi.
Un viso che, per la fronte imponente, il profilo più etrusco che romano, la bocca ampia e disegnata, uno sguardo, rivolto in tutte le direzioni, a cui aggrapparsi, doveva risultare subito affabile, comprensivo.
Due passi in più e la vecchia porta immette in uno stretto cavedio a cielo aperto, tra la facciata di una casa e il retro di un’altra.
Anche qui l’abbandono è poetico e introduce al bagno che non è un cesso, ma una sorta di cabina balneare, di un azzurro inaspettato e malinconico.
Un tocco (involontario?) di Versilia, di spiagge alla Carrà che comunicano una doppia, lacerante, lontananza.
Dopo pranzo, ci siamo incamminati verso l’ospedale, prendendo il bivio a destra accanto alla croce di ferro delle Missioni su cui troneggia una corona di spine che pare una collana di zanne.
Il bosco incolto ha sepolto sotto i rami bassi e i rovi la vigna che i matti coltivavano, risvegliando, al nostro passaggio, una fiera addormentata, più cinghiale che randagio.
Da questa strada, leggermente in salita, veniva e andava Tobino, fermandosi sotto il glicine o nell’unica sala dell’Osteria.
Chi fosse Tobino, lucchese scrittore e psichiatra, lo lascio dire alla mia guida, a Daniela Marcheschi, italianista di chiara fama, superba lettrice di Collodi e Pontiggia di cui ha curato le opere per I Meridiani.
«Per anni e anni, come medico dell’Ospedale psichiatrico – dove ha abitato per molto tempo in due piccole stanze (tardi ha acquistato un appartamento all’ultimo piano del cosiddetto Palazzo Galbani in Viale Puccini) – lo scrittore Mario Tobino è disceso dai Falaschi a mangiare la loro zuppa.
Camminava assorto, lo sguardo a fissare un punto imprecisabile oppure rivolto al cielo; qualche parola borbottata fra sé e sé: a chi diretta?
Uomo solitario, eppure affettuoso con gli amici; certo mai solo nella letteratura, in cui e per cui ha raccontato il mistero della mente che si perde, la sofferenza acuta di chi è preda della follia, l’angoscia della degradazione, in libri come Le libere donne di Magliano (1953) o Per le antiche scale (1972) che gli valse il Premio Campiello.
Uscite dalla città dei matti nel mondo di fuori: quello delle chiacchiere amicali e tranquille, della gente che può, e sa vivere, una vita comune. Uscite per raggiungere l’osteria degli uomini che parlano piano, perché al contrario degli altri malati, nell’altra città, niente li tormenta, o perché sanno dominare serenamente le loro pene.
E la poesia, che risuona dentro Tobino: mai questo Autore ha smesso di essere poeta, infatti.
La forza lirica di un romanzo come La brace dei Biassoli (1956), ma anche la scrittura di uno dei suoi primi libri importanti, Il deserto della Libia (1951) stanno a dimostrare che Tobino è stato dominato tutta la vita dalla tensione della parola e del “sentire” l’esistenza senza mediazioni: con una semplicità disarmante. Medico scrittore. Adulto fanciullo».

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Prima di ripartire

Cancelliamo per un attimo il parcheggio e il campo giochi di Santa Maria a Colle e restiamo nel tratto di strada in mezzo a due bivi, dove sorge l’osteria con bottega dei Falaschi, tra un lì, già dietro le spalle, e un là, distante qualche passo.
Estraniamoci dalla situazione e immaginiamola come una metafora del viaggio: si parte, diretti verso qualcosa, deviando dalle abitudini giornaliere (il primo bivio) e dopo aver percorso una terra sconosciuta si arriva a destinazione (il secondo bivio).
Un viaggio è sempre una somma tra intenzioni e risultati.
Nella distanza fisica ed emotiva che separa le une dagli altri c’è posto, a volte, per delle piccole oasi, brevi approdi che temperano sia la nostalgia delle cose lasciate sia l’ardore per quelle da scoprire.
Quando capita di incontrarle, ti rendi conto che la bellezza, forse tutta la bellezza del viaggio, sta in una tappa provvidenziale.
Vorrei incontrare più spesso degli osti così che non devono dimostrare nulla, lasciando ai propri avventori la libertà di trasformarsi in benedetti oziosi.

L’Osteria dei Falaschi
via della Chiesa, 1380
Santa Maria a Colle
Lucca

 Posted by at 2:30 pm
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