nov 022015
 

di Nicola Dal Falco. Agrigento – In fondo a una strada siciliana, c’è, più spesso di quanto si possa immaginare, un posto come questo. Un luogo di campagna e di famiglia, un luogo a volte turrito, oppure no, con aie, archi e cortili, quasi abbagliante di pietra calcarea o intonacato, dove si intuisce che il vero destino degli isolani è coltivare la terra e solo dopo, eventualmente, affrontare il mare.
Nel secondo caso, per la stragrande maggioranza, si tratta, comunque, di una distesa d’acqua che li divide da un’altra terra.
Qui, in contrada Mosé, ai piedi di Agrigento, per raggiungere la fattoria della famiglia Agnello, si sale una delle colline che disegnano il paesaggio in vista del mare.
La grande casa, quasi un borgo, nasconde nelle sue linee pudicamente eclettiche una torre medievale, definita massiccia.
Anche ad ottobre, l’idea di guadagnarsi l’ombra del giardino, profumata di gelsomino resta allettante.

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Un attimo dopo essermi seduto sotto la tettoia, fuori dalla sala da pranzo che serve da ingresso agli ospiti, regalando di nuovo questa sensazione di approdo, scopro che la padrona di casa, Chiara Agnello, è la sorella di Simonetta Agnello Hornby, la narratrice di Un filo d’olio, edito da Sellerio, dove le due donne ricordano insieme le estati giovanili in villa, soffermandosi sulla raccolta di ricette di nonna Maria.
Una villa che produceva e lo fa ancora, in maniera biologica, con quarantacinque ettari di spazio e aria attorno. Il vecchio feudo, appartenuto alla Chiesa, fu alienato ai tempi di Napoleone, nei primi anni dell’Ottocento, e acquistato dal ramo femminile alla fine dello stesso secolo.

Una comodità senza fronzoli

Nel canestro, trovi l’olio, le arance, i limoni, le mandorle, i pistacchi, le noci, le carrube e l’ospitalità di un agriturismo che non si distingue per il lusso, ma per una garbata eleganza agraria, datata come i mobili che, a ondate, hanno arredato gli spazi disponibili.
Una comodità ricca di storie, pratica e senza fronzoli.
Chiara Agnello, che ci vive tutto l’anno, mentre la sorella risiede a Londra, nasce architetta ed è stata lei a ristrutturare solo gli interni, aprendo oltre alle stanze della villa, ex stalle e magazzini.
La villa è sempre una fattoria anche per il semplice fatto che ospita i contadini e i collaboratori negli stessi alloggi, destinati ai braccianti e un tempo separati tra uomini e donne.
La presenza di una cappella, costruita intorno al 1870, ricorda il vivere in comune di una volta.
«Quando con mia sorella abbiamo cercato di riordinare i ricordi in vista del suo libro – racconta Chiara Agnello – sembrava che parlassimo di due vite diverse. I quattro mesi estivi riaffioravano attraverso il filtro di una doppia memoria, più ricchi e, in molti casi, addirittura inediti.
«Se dovessi dire cosa facevamo, la prima scena che mi torna in mente è intorno al forno. Avevamo scoperto un filone d’argilla e passavamo ore a impastare dolci per le bambole, aggiungendo la polvere delle pietre colorate che trovavamo e pestavamo sui gradini della cappella.
«Un’autentica caccia al tesoro che colmava le giornate insieme ai figli dei mezzadri, ai cugini e agli amici. Ad essere sinceri, per quanto ci sforzassimo, i nostri dolci d’argilla non cuocevano mai a puntino».

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Il viale verso i templi

È sotto vari aspetti che si manifesta il genius loci della fattoria Mosè: dal glicine che sale fino al terrazzo del terzo piano al salotto di lettura che si apre sulla sala delle colazioni, dal giardino che ha preso il posto del palmento bombardato nei giorni dello sbarco in Sicilia, risalendo in lunghi scalini d’erba il pendio, al viale che punta in direzione della Valle dei templi.
Seguendolo si può passeggiare senza pensieri fino al campo con gli alberi di pistacchio centenari, contemplando un paio di altrettanti imponenti, esotici maclura pomifera da cui pendono curiosissime sfere rugose e appiccicose, che sfumano dal giallo al verde.
Tra maggio e giugno, dai fiori femminili si irradiano una miriade di stimmi che formano come la corona di un fuoco d’artificio.

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La maclura pomifera è stata introdotta in Italia, nella prima metà dell’Ottocento, allo scopo di alimentare i bachi da seta, quando i gelsi bianchi erano minacciati dalla cocciniglia, anche se i bachi apprezzarono poco per lo scarso valore nutritivo delle foglie.
Chiamati pino degli Osagi, dalla tribù, originaria dell’America del nord, meravigliosamente inutili se si esclude la materia colorante, la morina, che volendo si estrae dalla corteccia delle radici; il legno del tronco, di un bel colore ocra con striature più scure, duro e flessibile, con cui i nativi forgiavano gli archi; i rami spinosi, adatti per improvvisare recinti invalicabili e il liquido dei frutti, un naturale repellente nei confronti delle zanzare.
Il frutto, che piace a cavalli e agli animali selvatici, è indigesto per gli uomini.
Queste, al cospetto di pistacchi e maclure, non sono che soste, perché proseguendo lungo il sentiero tra la campagna si arriva fino al tempio di Hera Lacinia.
Una destinazione non proprio casuale, visto che la dea proteggeva e i pascoli e le donne e i vincoli familiari.

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La fattoria Mosè ospita fino a trenta persone, organizza cene e corsi di cucina, prendendo spunto dalle antiche ricette di casa. L’olio che produce da maestosi ulivi di cultivar biancolilla, mela, nocellara, oliara, giarraffa, viene spedito in tutta Italia.
Si possono acquistare anche confezioni di olio aromatizzato con infusioni di limone, arancio e basilico.

Fattoria Mosè
Via Mattia Pascal, 4°
92100 – Agrigento
Tel. 0922. 606115
info@fattoriamose.com

La fattoria dista 4 chilometri dalla Valle dei Templi, 7 chilometri da Agrigento e 3 chilometri dal mare.

 

 

 Posted by at 5:11 pm
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