Mag 232016
 

di Nicola Dal Falco
Primo Frasconi è come il suo vino: rosso, pieno, con una punta asprigna e un gusto abboccato, un vino che sa di cantina, più paesano che rustico.
Braccia e collo mantengono un vigore battagliero, il viso è squadrato, la fronte larga e gli occhi pungono gentili, ma senza fare sconti.
Stanno là come zolfanelli, pronti ad accendersi, a far fiamme insieme alle parole.
È ancora un uomo col cappello e quando parla, ha il vezzo di appoggiarlo indietro sulla nuca o di calcarlo per bene sulla fronte, fino alle sopracciglia.
Tipo tosto, insomma, che ha cercato nelle cose che ha fatto e che gli sono capitate di aggiungerci un tocco di maestria.
D’altra parte, è uno che teneva il toro con il “frocino”, che ha scritto al Presidente Pertini, ha parlato con il Procuratore Vigna e, dopo vent’anni di lotte giudiziarie, ha fatto cacciare il giudice di Orvieto, vedendo riconosciuti i suoi diritti di mezzadro alla barba di tre proprietari e di qualcuno che voleva fare il furbo.
Di Frasconi e di Primo non ne spuntano tutti i giorni con quella percentuale – parole sue – di «furbità» e «ferocia», sfoderate per difendere l’orgoglio contadino.
Diceva uno scrittore francese che se la verità non salta fuori in qualche giorno vuol dire che qualcuno sta mentendo.
È stato il destino di Primo, autentico Bertoldo, un caso di vessazione in cui, alla fine, sono stati gli altri a masticare «a denti secchi».

Primo-corpo

Le cronache che ci racconta vanno dal 3 maggio all’8 giugno del 1944 e si svolgono nel breve raggio di un chilometro, tutto attorno alla casa dove è nato, sotto Carnaiola, sulla riva destra del Chiani, dirimpetto al ponte di Nerone.
Sono fatti di guerra che precedono la battaglia di Montegabbione, combattuta dagli inglesi il 16 giugno.
Il paesaggio, nelle sue linee generali, è rimasto lo stesso. É solo rinselvatichito e dove c’erano i campi sono cresciuti pioppete e rovi. Anche gli argini, rispetto al passato, sono più larghi e più alti.
La grande casa dei Frasconi, mezzadri del podere Murogrosso, è rimasta com’era. Conserva il suo profilo allungato quasi fosse coricata sul fianco a riposare, proprio allo sbocco della strada romana che da Ficulle, attraverso le colline, raggiunge il fiume, costeggiando il fosso del Rosario.
Il tetto è stato rifatto con cura e se la scala d’accesso al primo piano è crollata e mancano le finestre, la volta del forno, sul retro, è ancora intatta così come la cantina che sprofonda sotto terra. Girandole intorno, sale ad ogni passo un profumo di mentuccia e col sole brilla il pavimento di pietra della stalla.
Da allora, manca la grande croce in cima alla facciata verso il Chiani, tolta, perché era diventata un punto di riferimento per gli aerei, durante i quotidiani bombardamenti che miravano a interrompere la strada per Montegabbione.
Non i ponti che potevano servire, ma la strada che, passato il fiume, saliva accanto al Colombaio, continuando sull’altro versante della valle per poi superarlo a sinistra della cava.
Venti giorni prima era stata rimossa la statua a mezzo busto di Nerone che ornava la spalletta sinistra del ponte. L’avevano portata via per non farla cadere nelle mani degli alleati senza che ricomparisse più né al suo posto né altrove.

Una croce per il grano

Il 3 maggio del 1944, come tutti i giorni, Primo va a pascolare i maiali verso il Chiani, seguendo il sentiero sotto le grandi querce.

La-crocedel-grano-3--corpo
Parte alla cinque, perché, più tardi, tra le otto e le nove, inizia il carosello degli aerei che sbucano dal Monte Alvano, compiono un giro, prendono quota per poi lanciarsi in picchiata.
Il rumore dei motori in arrampicata lo avverte di buttarsi al riparo.
«Per scampare alle schegge – ricorda Primo – mi infilavo sotto l’argine, dentro il tubo di scolo dell’acqua piovana».
È una bella giornata, fa caldo e finito tutto, resta a lungo nell’aria un odore di cordite.
Una delle bombe scoppia sull’altra riva del fiume, tra i campi di grano ai piedi dell’argine, a centocinquanta metri dal suo nascondiglio, tranciando quasi di netto una gamba a Gaetano Lemmi, il proprietario di Murogrosso, e risparmiando il Gricio, Ferruccio Andreoli, che è con lui.
«Saranno state le nove, alle grida d’aiuto accorre anche mio zio Gino, Gino Mancini – racconta – distendono Lemmi sopra una scala e lo portano su dal campo fino alla strada, in questo punto.
«Poi, con la macchina dell’azienda vanno all’ospedale di Città della Pieve. Bombardano anche lì, aspetta troppo e la sera muore».
Quel giorno, il 3 di maggio, dedicato alla Santa Croce, Lemmi onorava l’usanza di proteggere i campi di grano con croci di canne, ornate di rametti d’ulivo, spighe e cera benedette.
Il destino, che aveva tolto una croce sul tetto della casa, la mette prima in mano e poi la carica sulle spalle di qualcuno.
Era una persona rispettata Lemmi e, forse, anche amata. Capace di quel gesto che appartiene a un rito agricolo, più antico di quello cristiano, ma soprattutto di mescolarsi senza spocchia ai suoi contadini nel lavoro e nella festa.
Così lo ricorda Frasconi che in casa conserva una foto, appesa in alto sul muro, con i visi di profilo di Lemmi e di sua moglie.

Il prosciutto perso e ripreso

Gli ultimi di maggio, il 24 o il 25 del mese, i tedeschi, scendendo per la strada romana, si accampano nella valle del Chiani, occupando la casa di Primo.
Ci sono molti mezzi, anche cannoni e carri armati, nascosti sotto le querce.
«Ci puntarono la pistola – continua Primo – prendendosi tre filoni di pane insieme al prosciutto che avevamo nascosto dietro una vecchia credenza. Conoscevano il trucco e sono andati a colpo sicuro.
«Quel prosciutto, però, non l’hanno assaggiato. Il giorno stesso, la sera, dopo le nove, curiosando qua e là, ho visto che era stato messo in un capanno.
«Al momento giusto, mi sono avvicinato, ho scostato un po’ i rami di ginestra, l’ho agguantato e via di corsa dentro il grano».
Rubare il proprio prosciutto poteva costare caro quanto il rifiuto di caricarsi gli zaini tedeschi in spalla fino al bivio di Castel di Fiori.
Adamo Stoppani riesce a scappare in tempo, ma Terzilio Brozzolo, lo ammazzano accanto al mucchio di cose loro».

Saltano i ponti

Lungo la strada che dal podere di Murogrosso segue l’orlo del bosco prima in piano e poi salendo lentamente per Costapenza (quando c’è nebbia o ce piove o ce pensa) verso Olevole, si apriva e si apre una grotta dove, oggi, c’è una casetta che nasconde l’ingresso.
Ci si arriva dopo una curva sul bordo della quale la vista arrivava fino al ponte di Nerone e, più in là, al ponte dell’ Osteria. Il 6 giugno, corre voce che il fronte è in movimento, che stanno per arrivare.
Fino alla giornata dell’11, la grotta si trasforma in una casa comune.
«Saremmo stati più di una ventina – dice Primo – e per nascondere l’ingresso ai tedeschi, mio padre ci mise sopra due forcate di rovi. Avevamo, però, il prosciutto e il vino che ci dava Vittorio Neri.
«Da lì, dalla curva, ho visto saltare i ponti. Il 7 giugno, alle dieci di notte, i tedeschi se ne vanno e la mattina dell’8, prima salta il ponte di Nerone e poi quello dell’Osteria».
La sera dello stesso giorno, di nuovo, il bosco sopra il podere Murogrosso si riempie del fragore di motori e cingoli.
Questa volta, sono gli inglesi che scendono da Ficulle lungo la strada romana o giù dal pendio in mezzo agli alberi.
La colonna non si ferma, ma prosegue oltre il Chiani verso Scatolla e la battaglia per la presa di Montegabbione.

Murogrosso-corpo

Foto di Edo Cifrignini

 Posted by at 10:34 am
Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers