nov 162016
 

 

L’ultimo libro di Bruno Damini ci conduce alla scoperta degli artigiani del buon mangiare. Per me è un piacere ospitarlo ancora una volta su questo schermo.

L’introduzione è della comune amica Licia Granello:

Bologna la dotta. Bologna la grassa. Bologna borghese, chiusa, autoreferenziale, commerciante e commerciale, perfino poco ospitale, a detta di qualcuno. Ma nessuno, proprio nessuno, che resti indifferente alle atmosfere rapinose e sospese dei suoi portici, agli afrori carnali delle sue botteghe, al chiacchiericcio cantilenato della sua gente mentre vende golosità assortite ai banchi dei mercati.
Scrivere di questa Bologna, però, è meno facile di quanto sembri. Perché occorre asciugare il racconto da stereotipi e pregiudizi, guardarla a occhi ben aperti pur conoscendola a memoria, selezionare luoghi e facce con il giusto mix di merito ed empatia.

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Bruno Damini è un migrante di prossimità, nel senso che è nato a Parma e ha scelto Bologna per viverci, amare e metter su famiglia, Dna emiliano, ma scelta di vita spostata cento km più a est. Un innamoramento adulto, sfrondato dalle infatuazioni giovanili e quindi più consapevole e maturo.
Gli anni passati all’interno del Teatro Stabile cittadino (quell’Arena del Sole di cui è stato a lungo direttore della comunicazione  e marketing), con la sua luminosa scia di attori e spettacoli memorabili, gli hanno permesso di conoscere meglio l’animo umano e di non lasciarsi ingannare dai falsi miti, ben riconoscendo millantatori e soloni dell’ultima ora.
Ma cultura e sensibilità non sarebbero certo sufficienti a pensarlo come un narratore di alto artigianato alimentare. A fare la differenza, un talento naturale ed evidente per la cucina, che si traduce in piatti squisiti e cene da capogiro: destinatarie privilegiate le donne della sua vita – la moglie Francesca e la figlia Agata – insieme a una solida accolita di amici (che comprende un buon numero di cuochi). Come tutti gli autentici praticanti dei fornelli, Damini ha un rispetto profondo delle materie prime, che significa andare all’origine, conoscere la filiera, imparare a distinguere – come si dice – il grano dal loglio.
Così, dopo tanto annusare e tastare, assaggiare e provare, scoprire e ricomporre, l’esigenza di mettere su carta gli ultimi vent’anni di vita e cibo bolognesi è diventata impellente. Ne è uscito un mix golosissimo di ritratti e indirizzi, recensioni e suggerimenti, informazioni e perle di saggezza, vademecum inusuale e parecchio utile per chi a Bologna ci vive e per chi ci arriva volendola conoscere da dentro. Se alla fine del libro avrete scoperto una città diversa, aprite una bottiglia giusta e brindate all’Autore. Ne sarà felice (essendo il Nostro anche un ottimo bevitore).

Licia Granello
food editor La Repubblica

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 Posted by at 2:39 pm
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