Gen 112017
 

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Partenza all’alba. Destinazione Venezia. Scendiamo a Santa Lucia. “Dov’è la Fondazione Peggy Guggemheim?” ” Sé lontan.” Rispondiamo: “No gavemo freta. ‘Na volta tanto.” Fra le calli e su per i ponti andiamo a  piedi. Senza fretta. Ogni tanto, raramente, un prezioso privilegio. Come una carta da gioco fortunata.

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Venezia banale? Scontata? Sempre uguale a se stessa? No, se sapete cercare e scoprire come noi. Noi siamo io e la mia amica Monica Ranzi. Le foto sono le sue.

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Lei innamorata dei colori mi porta vicino l’Accademia delle Belle Arti pensando di stupirmi. Conosco da anni Arcobaleno Pigmenti, San Marco 3457, dove i verdi hanno un milione di sfumature così come i blu…

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… e tutti i colori del mondo. Non c’è un rosso uguale all’altro. Colori che mi portano indietro nei ricordi quando giovane e appassionata aspirante attrice bussavo, timidamente, alle porte dell’Accademia per poi rifugiarmi qui, in mezzo ai colori, a cercare sfumature nella mia anima.

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Poi Monica, indottrinata dalla sua musa Olimpia Biasi, mi porta alla Fondazione Guggenheim. L’affascinante, diciamo bellissimo, uomo qui sotto si chiama Tancredi Parmeggiani. Un artista tormentato, ma chi non lo è stato, legato alla Peggy Guggemheim da un rapporto profondo.

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Sarà lei personalmente a regalare e a divulgare i suoi quadri. La mostra di intitola: la mia arma contro l’atomica è un filo d’erba.

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Ancora colori per me e Monica con i quadri di Tancredi.

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Più di 90 opere che rappresentano la sensibilità delicata dell’artista. Quella che Buzzati definì ‘sensibilità soffusa’.

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Creando, appunto Buzzati, il mito di Tancredi. Giovane artista dalla vita troppo breve.

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Chissà perché la storia di Tancredi non ci rattrista. I suoi quadri esprimono la gioia della vita e della natura. Usciamo e prendiamo un vaporetto. Arrivare a piedi al Vecio Fritolin non ci conviene.

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Ed ecco che la ‘solita banale’ Venezia riesce a sorprenderci ancora. “Ma è un barcone frutta e verdura?” Gli orti di Venezia/ambulanti/naviganti. Un mercato delle erbe galleggiante e colorato.

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Il sorriso di Irina ha i colori contagiosi di Venezia. Mentre il Vecio Fritolin è tutto bianco. Ed è bellissimo. “L’architetto chi è?” domanda Monica e lei: “Sei tu. Ho seguito i tuoi consigli”. “Mi hai ascoltata un volta tanto? E’ vero. Tutto è come l’avevo immaginato”. Poi Irina ci presenta i suoi chef:

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Pieluigi Lovisa, chef di nota esperienza e Raffaele Minute giovane collaboratore anche in pasticceria.
Insieme, Lovisa in primis, hanno dato ‘una mano di bianco’ alla cucina del Vecio Fritolin.
Io e Monica possiamo testimoniare. Convinte.

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I muri, le tovaglie, i quadri sono bianchi ma la cucina piano piano si colora. Cominciamo con il classico baccalà mantecato con sfogliatine di pane al nero di seppia, perfetto.

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Passiamo ad un piatto da non dimenticare, capesante con panatura di nocciole, crema di zucca, pane alla zucca e zucca grigliata. Tante varianti di zucca per queste capesante.

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Varianti anche per il branzino che è impanato al tandori, leggeremente grigliato, e accompagnato con un fiore di zucca ripieno e verdurine di stagione.

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Una parentesi va aperta e chiusa per questo cestino di spaghetti con fritto misto di pesce e verdure e polenta bianca fritta. Il cestino di spaghetti è commestibile e lo chef lo fa così: lessa gli spaghetti li mette a modellare su una ciotola e li passa al microonde biscottandoli.

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Irina insiste e vuole che assaggiamo anche il menu vegetariano. La cocotte di verdure di stagione con orzotto e uovo in camicia è uno dei tanti piatti del menu. Molto buono.

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Ma gli occhi di Monica brillano ed anche i miei quando la nostra ‘fritolina’ come la chiama Paolo Marchi ci porta il semifreddo di torroncino e cioccolato Domori. Qui, per favore, un minuto di dolcissimo silenzio.

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Baciamo e abbracciamo Irina. Lasciamo Venezia con i colori del primo pomeriggio.
Quando torniamo Monica?

 

 

 Posted by at 8:09 am
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