Giu 142018
 

Progetto Testa Conserve, un messaggio elaborato per durare nel tempo
di Nicola Dal Falco. 

Padova – L’intervista a Filippo Maglione, grafico pubblicitario e fondatore dello studio Helvetika di Padova, racconta come è stato affrontato l’importante progetto di comunicazione che coinvolge una famiglia siciliana di pescatori che va per mare da duecento anni, e Ciccio Sultano, il cuoco due volte stellato di Ragusa, scelto come testimonial.
La famiglia Testa, armatrice di due motonavi per la cattura del tonno rosso e la pesca del pesce azzurro, è originaria di Ognina, affacciata sullo stesso tratto di costa ionica che fece da sfondo alle vicende dei Malavoglia.
Il progetto e ciò che dice Maglione sono interessanti, perché sottolineano quanto una corretta impostazione culturale sia indispensabile alla ricerca dell’identità di un prodotto e come la storia possa offrire gli stimoli visivi giusti, utili a elaborare un’immagine sì, totalmente nuova, ma che possa essere percepita come conosciuta.
Un’operazione di cesello, dalle forme ai colori, dai caratteri ai testi, che accompagnerà l’ingresso e la permanenza sul mercato dei prodotti Testa Conserve (tel. 0931. 842453, info@testaconserve.it).

N.D.F.

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Qual è il metodo di lavoro con cui far nascere un progetto grafico?
Esiste un metodo, che si può definire standard ed è scomponibile in varie fasi, che inizia dallo studio del settore merceologico in cui si dovrà operare e che passa attraverso la minuziosa indagine degli obiettivi del committente e la verifica dei loro competitori, diretti e indiretti. Questa fase, puramente esplorativa, è decisiva per la redazione della “Relazione preliminare” in cui vengono indicati i presupposti concettuali e stilistici, da condividere con il cliente prima di svolgere quello che è il cuore di tutto il lavoro: la “Relazione d’immagine”, che è la traduzione visuale di quanto si è definito in precedenza, comprensiva delle bozze dei mezzi principali. Il tutto, infine, viene tradotto in progetto esecutivo da destinare alla produzione (essenzialmente cartacea e digitale). L’ultima fase, spesso a torto sottovalutata, è dedicata all’assistenza alla produzione, per essere certi che ogni mezzo venga realizzato dai vari fornitori (tipografia, cartotecnica, web provider, casa di produzione video…) in maniera conforme ai desideri.

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Nel caso di Testa Conserve quali erano i presupposti da cui partire?
Si è trattato del tipico, benché non così frequente, caso di collaborazione virtuosa, caratterizzata dal miglior presupposto possibile, ossia da una comunicazione diretta e franca con il committente (soprattutto grazie a due figure chiave: il cuoco, Ciccio Sultano, e il pescatore, Antonino Testa), capace di fornire, sin dall’inizio, informazioni e indirizzi chiari, lasciandoci poi il necessario spazio di libertà, una volta definiti insieme i capisaldi. Uno degli obiettivi principali, esplicitato da subito, era di riuscire a esprimere un forte carattere di “marca siciliana”, tramite un’immagine elegante ma facilmente memorizzabile, capace di spiccare tra i competitori con autorevolezza.

Possiamo definire il tipo di scelta estetica?
Abbiamo voluto richiamare il tempo passato, senza però peccare di passatismo. Lo stile si ispira liberamente al liberty siciliano, nel momento di massimo splendore e ottimismo che attraversarono la società e l’industria dell’Isola a cavallo tra Ottocento e Novecento (e qui il riferimento alla famiglia Florio è parso obbligato). Abbiamo puntato su un repertorio di immagini in cui trionfa la linea curva, sulla base di un verde marino brillante contrappuntato da un ventaglio di gialli, rossi e blu, evocativi dei colori simbolo della Sicilia. Per quanto riguarda il logo, l’oro bronzato si sposa con un carattere (il Mostra) razionale e geometrico, eppure morbido, capace di furoreggiare negli anni Trenta del Novecento ma ancora modernissimo, e in grado di armonizzare vivacità, eleganza e concretezza.

I punti di forza del vostro progetto e le sue applicazioni?
Il punto di forza crediamo sia proprio il carattere, inteso non come font quanto come personalità, caratteristica che ci sembra assicurare al lavoro una “durata nel tempo”. Si tratta di un’immagine curata nei dettagli, dalle illustrazioni, realizzate insieme all’artista siciliano Giovanni Robustelli, ai testi. Abbiamo organizzato un sistema di comunicazione visuale in cui le applicazioni e le variazioni sono praticamente infinite, componendosi di tanti singoli elementi, ognuno caratterizzato e caratterizzante, con un’autonoma personalità dialogante per affinità, pur nella differenza. Parlo dei fregi, delle medaglie, dei caratteri tipografici, delle illustrazioni, del logo, del colore sociale: ogni elemento sembra raccontare la stessa storia, ma dal proprio punto di vista. Basta l’accoppiamento di un paio di questi, anche scelti a caso, per dare vita a un dialogo originale, rendendo l’immagine sempre pienamente caratterizzata e riconoscibile.

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Cosa funziona e cosa no, oggi, in campo grafico?
Oggi funziona molto bene l’informazione di settore. Tramite il web si può accedere facilmente alla visione dei migliori lavori prodotti nel mondo, quasi in tempo reale. Questo serrato scambio d’informazioni ha innalzato il livello medio dei prodotti grafici. Il problema interviene quando si pretende di andare più in profondità, non curando una semplice porzione d’immagine, quanto cercando d’interpretare il carattere stesso di un’azienda, nel tentativo di produrre strategie d’immagine e comunicazione più complete, ramificate e originali, tagliate su misura. In questi casi credo subentrino difetti di cultura. Parlo di cultura proprio nel senso del “leggere e scrivere”. Chi pensa che un bravo grafico debba nutrirsi solo di cultura visuale è fuori strada. Un bravo grafico deve sapere leggere e scrivere. Per sapere d’arte, di storia, di scienze – attività indispensabili a un grafico di buon livello – occorre anzitutto leggere; per sintetizzare le conoscenze in un progetto d’immagine coerente e compiuto occorre anzitutto scrivere. Il problema è che non molti riescono a farlo, mentre tutti credono di saperlo fare. Sembra un paradosso, in un’epoca scolarizzata come la nostra, eppure in pochi sono in grado d’intendere un ragionamento minimamente complesso. Conosco grafici, in teoria anche colti, letteralmente incapaci di leggere e scrivere frasi con più di due predicati e una subordinata. È la mattanza del twitter – e in questo senso è curioso notare come il web possa rappresentare contemporaneamente un mezzo d’evoluzione, l’abbiamo visto prima, e d’involuzione. Lo spessore di una persona, e quindi di un professionista, si nutre soprattutto della facoltà di “profondità”, e lo strumento della profondità è il linguaggio. Un linguaggio rudimentale forma necessariamente persone e professionisti rudimentali, incapaci di andare oltre la superficie. Perché le parole non comunicano solamente: significano. Stiamo tornando all’epoca dell’oralità, pur scritta, fatta di frasi sempre più brevi, spesso gergali, espressioni della necessità di farsi notare tramite un’intelligenza di superficie capace di fiutare l’aria che tira, senza il patema della “durata”, non più intesa come valore. E troppo spesso in lingua inglese, anche senza reale motivo. Ormai scriviamo gli slogan direttamente in inglese: grazie all’esotismo della lingua barbarica sembrano sempre più efficaci, salvo poi constatarne la banalità, una volta tradotti in buon italiano. Questo, della perdita di consistenza della lingua italiana, è un tema dai risvolti drammatici che non riguarda solo il nostro lavoro e che si riconnette al precedente: conoscere molte lingue superficialmente forma persone necessariamente superficiali.

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I vostri consigli alle aziende?
Di lavorare come ha fatto Testa, approcciando lo studio grafico con idee chiare, quindi condividendo tutta la parte preliminare dedicata alla definizione dei contenuti e dei concetti. Per infine lasciare spazio alla parte creativa, con fiducia.

Chi è Helvetika?
Uno studio nato in un’epoca in cui ancora ci si sporcava le mani lavorando con materiale archeologico: le matite colorate, l’aerografo, i pennelli, i trasferibili, la colla, la camera oscura; che è stato capace di aggiornarsi, affrontando con baldanza la rivoluzione digitale; che oggi cerca di non arrendersi alla vacuità e al velleitarismo dell’era dei Social.

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Filippo Maglione (Padova, 1965), grafico pubblicitario, estimatore delle arti e del pensiero filosofico, ciclista. Ha fondato il suo studio professionale (Helvetika) nel 1989. Nello studio collaborano Chiara Grandesso e Matteo Motta.

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 Posted by at 12:29 pm
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