ott 212018
 

Il mio amico di sempre Ugo Bellesi, giornalista, storico e Delegato per Macerata dell’Accademia della Cucina Italiana, quando mi chiama ha un buon motivo per farlo.
Non chiedo mai nulla. Obbedisco e vado dove mi invita.
Certa che sarà sicuramente importante esserci.

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Arrivo a Villa Fornari, a Camerino, con qualche minuto di anticipo temendo di fare tardi.
Mi intrattengo con Mario Severini, ufficio stampa dell’università di Camerino.
Parliamo di progetti, di studenti e di come, dopo il terremoto, l’ateneo sia rinato senza subire scosse. Anzi, le iscrizioni sono aumentate. Sentiamo un vociare allegro e capiamo che stanno arrivando i 20 corsisti del progetto del titolo.

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Mastro Pastaio, mi racconta ai microfoni di Radio Serena,  il Prof. Sauro Vittori responsabile di questo nuovo corso che si svolge ad Amadola, ha coinvolto giovani e meno giovani tutti uniti da un solo scopo: capire di più sulla pasta sia fresca che secca. Per approcciare in un futuro e con un diploma di partecipazione un prossimo lavoro, un’attività da costruire o da integrare a quella già esistente. C’è chi si rimette in gioco fino in fondo. Chi spera in un prossimo impiego.

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Mi coinvolge l’entusiasmo con cui il Prof. mi spiega ogni passaggio. Di come hanno fatto teoria, tutta, dall’HACCP all’etichettatura a norma di legge, ai claim necessari per approcciare il mercato.
Alla pratica manuale nel stendere la sfoglia e fare i tortellini.

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A tavola veniamo intrattenuti da Carlo, mio marito, che ci porta nel lontano 1990. All’inizio della nostra storia. Che vi risparmio perché, se mi state leggendo, dovreste conoscerla a memoria.

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Poi la parola passa a Ugo Bellesi che introduce l’altro ospite illustre, Piergiorgio Angelini, accademico anche lui. Esperto di guida alle degustazioni e storico delle tradizioni enogastronomiche del centro Italia. Fa bene all’anima ascoltarlo. Capire il perché di piatti ormai entrati nell’uso comune come il cacio e pepe che stiamo mangiando ci permette di fare nostra la storia e di tenerla stretta. Quando Amatrice faceva parte dell’Umbria e non del Lazio come adesso e i pastori applicavano la transumanza da una collina all’altra si fermavano a mangiare in città. Ogni osteria, come da accordi, metteva solo la pasta e ognuno doveva portarsi il condimento. I pastori avevano il pecorino.
Il loro sale, olio, burro. Il loro solo ‘sugo’.

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Al momento del dolce, buonissimo e complimenti allo chef, Angelini ci svela il motivo dell’uso dell’Alchermes sui dolci delle feste. E’ un retaggio antico, quasi sconosciuto, che attribuiva al colore rosso un rito propiziatorio e di sacrificio verso gli Dei.

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Poi, seduta in separata sede con il registratore di Radio Serena, Ugo  Bellesi mi dimostra che il nome Vincigrassi deriva da un copia incolla taroccato ad arte ideato dal Nebbia.
Nulla di nuovo sotto il sole. La ricetta originale, tratta da un libro umbro del 1600 dedicata alle uova e al loro uso, narra di un piatto molto simile agli attuali vincisgrassi dedicato al Principe di Galles. PrincesGrass. come lo definisce il Nebbia, che con anni di passa parola popolare diventa Vincisgrassi.  Adoro quest’uomo! Ugo Bellesi.

Le foto sono di Pierapaolo Simonelli che ringrazio.

 Posted by at 3:01 pm
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