In attesa di avere Roberta Schira nel mio retrocucina radiofonico ecco tutto quello che vi può essere utile per aver voglia di leggere il suo ultimo libro,
Dove tornano le api, Garzanti Editore.
Esther, trent’anni, ha tutto ciò che si possa desiderare. A capo di un impero immobiliare, è indipendente, ricca, desiderata. Eppure nasconde un piccolo, curioso segreto: conserva una scatola piena di bottoni rubati. Quei minuscoli oggetti sono la memoria degli errori e delle perdite che non ha superato: il padre che se n’è andato troppo presto, la madre che non ha mai avuto una parola dolce per lei, Marcello che la riempiva di attenzioni ma le tarpava le ali. Dopo aver scoperto una terribile verità che riapre vecchie ferite, Esther si rifugia in un casolare in Valtellina. Lì, la vita si muove lenta e la natura mostra come rifiorire a ogni primavera. E grazie all’incontro speciale con un apicultore, Esther scopre che le api non insegnano: fanno. E, a guardarle fare, qualcosa dentro di lei comincia a cambiare. Quasi senza accorgersene, comincia a costruire la Casa delle Donne Api, per prendersi cura di altre donne ferite. Accanto a lei c’è Céleste, la governante-filosofa che l’ha cresciuta, e arrivano a una a una le donne della Casa: ognuna porta una ferita, ognuna trova un posto. Nessuna domanda la prima notte. Poco alla volta, Esther imparerà a prendersi cura di sé stessa, accettando i propri limiti e i propri difetti, senza volersi diversa. E scoprirà che la cosa più importante è sapere di poter sempre ritrovare casa, perché «casa» non è un luogo, ma le persone che scegliamo di amare. Gliel’hanno suggerito le api, che sanno sempre dove tornare.
Dopo il successo dei Fiori hanno sempre ragione e Le margherite sanno aspettare, Roberta Schira torna da lettori e librai con un romanzo delicato e potente. In un mondo che impone velocità e fretta, la natura insegna un’altra lingua: quella dell’attesa, dell’equilibrio, della trasformazione. Perché imparare ad accogliere anche le ferite più profonde è il solo modo di sentirsi, finalmente, a casa dentro sé stessi.

Roberta Schira è nata a Crema e vive tra Milano e la Riviera di Ponente, il suo «quartiere del pensare», per dirla con Thomas Bernhard. Scrive intorno al mondo del cibo da prima che diventasse una moda, affrontandolo con occhi sempre diversi, dal costume alla condizione femminile. Diventa scrittrice, giornalista e critica gastronomica dopo la laurea in Lettere con indirizzo psicologico. Dal 2010 scrive sul «Corriere della Sera» di tendenze e protagonisti della «cibosfera», ha ideato il metodo oggi alla base della disciplina, noto come «canone Schira», e dal 2016 lo insegna in un master. Tre mariti, due figli e quindici libri, cuoca per passione, ama i gatti, lo champagne, i romanzi di Camus e Romain Gary, l’orto in Liguria, il teatro, la musica jazz, nuotare al largo, camminare a lungo in città e in ogni luogo del mondo. Con Garzanti ha pubblicato i romanzi I fiori hanno sempre ragione e Le margherite sanno aspettare.
Dove nasce questo libro
Lettera dell’autrice
Mi chiedete come nasce Dove tornano le api, che cosa mi ha spinto a scriverlo?
Per molto tempo avrei risposto che nasce da una bambina.
Anni fa un’amica mi raccontò la sua infanzia. Era stata cresciuta da un uomo che non era il
padre biologico. La madre, incapace di occuparsene, l’aveva affidata a quell’uomo senza mai
voltarsi indietro. Ciò che mi colpì non fu il dolore della sua storia, ma l’assenza di rancore.
Parlava della madre con una compassione che non riuscivo a spiegarmi. Da quel giorno ho
saputo che, prima o poi, avrei scritto di una bambina così. Sapevo chi fosse Esther. Non
sapevo ancora dove accompagnarla, mi mancava il mondo capace di accoglierla.
La risposta è arrivata molti anni dopo, in un apiario, durante alcuni viaggi di lavoro tra Marche
e Toscana.
Da decenni mi occupo di cibo. Faccio la critica gastronomica: sto sempre in guardia, giudico,
misuro. E quel mestiere, negli anni, l’ho rivolto anche verso me stessa, verso il mio corpo. Fare
la critica gastronomica da donna vuol dire mangiare per mestiere, e per una donna il conto
arriva sul corpo: per anni l’ho tenuto sotto controllo per proteggere un lavoro che amo. A volte
ha vinto lui, a volte io. L’ho attraversato, e oggi so gestirlo: è questa la parola che uso. Ma quel
giorno, tra le api, accadde qualcosa che non avevo previsto.
Prima di avvicinarci alle arnie ci fecero indossare le tute da apicoltore. Pensai che mi sarei
sentita goffa, ancora più consapevole del mio corpo. Successe il contrario.
Guardavo le persone intorno a me, alte, basse, magre, robuste: dentro quelle tute ogni
differenza era scomparsa. Eravamo semplicemente esseri umani davanti a migliaia di api.
Nessuno era più bello, più giovane o più sbagliato di un altro. Fu una libertà inattesa.
Poi arrivò il ronzio. L’apicoltore parlava delle api con una gratitudine che non avevo mai
sentito rivolgere non dico a un insetto, ma a un animale. Tornai a casa con una domanda che
non mi lasciava in pace: perché siamo così affascinati dalle api?
Cominciai a studiarle. Libri di apicoltura, etologia, biologia. Pensavo, ingenua che sono, di
cercare la solita metafora. Invece ho trovato un modo di conoscere il mondo. E ho trovato,
soprattutto, un corpo: l’ape è un essere vivente tutto corpo. Trasforma il nettare in miele dentro
di sé, comunica alle sorelle la distanza e la direzione dei fiori con una danza dell’addome, e
quando punge per difendere l’alveare muore straziata. Non lo tiene a bada, il suo corpo: lo usa,
fino all’ultimo. Non conosce quella diffidenza verso di sé che noi chiamiamo disciplina. E fa
tutto questo al buio: dentro l’arnia non c’è luce, le api non si vedono mai, si riconoscono per
odore e per contatto. Nessun’ape ha mai guardato il proprio corpo, e nessun’ape ha mai avuto
un problema con il proprio corpo. Noi, invece, abbiamo inventato lo specchio. Eppure l’alveare
risolve dalla notte dei tempi i problemi su cui noi, boriosi esseri umani, ci ammaliamo: come
stare insieme, come dividere i pesi, come proteggere ciò che è fragile.
Le api non insegnano come guarire. Mi hanno mostrato che una comunità complessa non
pretende la perfezione: chiede soltanto che ognuno trovi il proprio posto. Perché le api non
sono perfette, come tutti credono: sbagliano arnia e strada, costruiscono storto. Persino
l’esagono che ammiriamo nasce tondo: è il calore dei loro corpi a modellare la cera e a dargli
quella forma. E quando un telaio è storto non lo raddrizzano: ci costruiscono intorno. Nessuna
ape chiede a un’altra di aggiustarsi. D’inverno si stringono in un grappolo caldo, e quelle sul
bordo, al freddo, dopo un po’ scivolano dentro mentre altre prendono il loro posto.
In quel momento ho capito dove sarebbe tornata Esther. Non tra le api perché la natura salva,
ma perché la natura non giudica. Non separa il bene dal male, perché sa che stanno nello stesso
corpo. Montaigne lo scriveva quattro secoli fa: ogni uomo porta in sé la forma intera della
condizione umana. Esther contiene tutto il bene e tutto il male che le è capitato; e chi l’ha
ferita, anche. Nessuno è un mostro, nessuno è innocente.
È lì che il mio romanzo è nato davvero. Dall’incontro tra una bambina che per tutta la vita ha
cercato di tenersi insieme rubando bottoni e che sul bordo, al freddo, era rimasta da sola, e un
mondo che le offre, per la prima volta, la possibilità di appartenere a una comunità dove c’è
posto per lei e per le sue inguaribili fragilità.
Roberta Schira


